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GIOIELLI DELLA COLLEZIONE CASTELLANI


Approfondimenti del percorso multisensoriale

VIDEOGUIDA IN LIS

LA BOTTEGA DEGLI ORAFI CASTELLANI

 

I GIOIELLI ANTICHI DELLA COLLEZIONE CASTELLANI

 

I GIOIELLI MODERNI DELLA COLLEZIONE CASTELLANI

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Approfondimento

Lo studio Castellani in una foto d'epoca

Lo studio Castellani in una foto d'epoca

La principale attività della famiglia Castellani era l’oreficeria. La storia della loro bottega (1814-1927), dal 1869 situata in Piazza Trevi e molto frequentata dall’aristocrazia europea del tempo, si intreccia con la loro passione per il collezionismo e il commercio antiquario che fu determinante per la loro attività di orafi. 
I loro prodotti erano infatti profondamente ispirati ai gioielli antichi, reinterpretati e riprodotti in chiave moderna recuperando tecniche, materiali e linguaggi delle produzioni etrusche, greche, romane ma anche tardo antiche, medievali e rinascimentali.

Collana in oro (XIX sec.) con monete in argento (IV-III sec. a.C.)

Collana in oro (XIX sec.) con monete in argento (IV-III sec. a.C.)

Sul tavolo tattile sono rappresentati quattro gioielli della collezione Castellani che mostrano il rapporto tra studio dell’antico, sperimentazione tecnica e creazione artistica, caratteristico della loro bottega.
La collana in oro con monete in argento provenienti dalla Magna Grecia e da Corinto (IV–III secolo a.C.), testimonia una tipologia di gioiello particolarmente diffusa nell’800. Le monete antiche, allora di facile reperimento, impreziosivano gioielli moderni e venivano incastonate come pietre preziose. In questo caso si riconoscono monete con teste di divinità disposte simmetricamente e in ordine decrescente a partire dall’elemento centrale (una dracma di Corinto del 400-375 a.C.), che raffigura Atena sul fronte e Pegaso sul retro.

Pendente in oro con testa di Acheloo (XIX sec.)

Pendente in oro con testa di Acheloo (XIX sec.)

Un altro esempio significativo è il pendente di collana con testa di Acheloo realizzato dai Castellani a partire da un originale greco del V secolo a.C. appartenente ad un altro collezionista dell’epoca, il marchese Giampietro Campana (1808-1880). Questo gioiello rappresenta uno degli esiti più raffinati delle sperimentazioni della bottega e si distingue per l’eccellente qualità della granulazione a pulviscolo, tecnica ottenuta attraverso l’applicazione di minuscoli granuli d’oro che creano superfici ricche di dettagli e di effetti luminosi.

Per recuperare quest’antica arte Alessandro Castellani dedicò anni di studio all’osservazione diretta dei gioielli archeologici e alla sperimentazione delle tecniche di lavorazione dell’oro, trasformando la conoscenza dell’antico in una nuova forma di creazione artistica.

La spilla in oro con leone e due anatre, ispirata a una fibula etrusca del VI secolo a.C., mostra invece l’impiego dello sbalzo.

Spilla in oro con leone e due anatre (XIX sec.)

Spilla in oro con leone e due anatre (XIX sec.)

Questa tecnica consiste nel modellare dal retro sottili lamine metalliche (oro, argento o bronzo) per ottenere decorazioni in rilievo sul lato visibile. Gli orafi etruschi la utilizzavano spesso insieme alla granulazione e alla filigrana per creare gioielli leggeri ma di straordinaria ricchezza decorativa: un effetto che i Castellani recuperarono nelle loro reinterpretazioni ottocentesche.

Accanto alla ricerca sulle tecniche orafe, la bottega riportò in auge anche il micromosaico, utilizzato per decorare i loro gioielli. Diversamente dalla granulazione, che nasceva dal recupero delle lavorazioni etrusche, il micromosaico recuperava una tradizione figurativa romana. Composto da minuscole tessere di vetro montate su strutture in oro, venne utilizzato molto per veicolare simboli, iscrizioni e immagini ispirate all’arte paleocristiana e bizantina.

Elemento di bracciale in oro e micromosaico (XIX sec.)

Elemento di bracciale in oro e micromosaico (XIX sec.)

Il bracciale rappresentato sul tavolo, a due facce e con elementi da un lato in oro e sul lato opposto in micromosaico, è anche un “gioiello parlante”, in cui parole e immagini diventano parte integrante del monile. Sul lato in micromosaico compare il motto NON RELINQUAM (“non ti abbandonerò”), sul lato opposto NON RELINQUES (“non mi abbandonerai”): un dialogo simbolico che trasforma il gioiello in una dichiarazione reciproca di legame e fedeltà. L’ultimo elemento del bracciale presenta un fiorellino in micromosaico e sul lato in oro il marchio a rilievo della bottega formato da una doppia C. Il riferimento è all’iniziale dei Castellani e a quella di Michelangelo Caetani (1804-1882), duca di Sermoneta e principe di Teano, che collaborò assiduamente con la loro bottega, producendo i disegni di numerosi gioielli, soprattutto “parlanti”. 

Grazie anche a questa collaborazione, a partire dagli anni Cinquanta dell’Ottocento la bottega introdusse sistematicamente motti in greco, latino e italiano, trasformando il gioiello in un messaggio da indossare.
Attraverso il dialogo tra collezionismo, ricerca archeologica e sperimentazione artigianale, i Castellani contribuirono a costruire un modo nuovo di guardare al passato, non come modello da imitare, ma come patrimonio da comprendere, reinterpretare e trasmettere.

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