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Etru a Casa - Ritorno ai classici

Ulisse e Penelope

26 Giugno 2020

di Antonietta Simonelli

Su una teca (custodia) di specchio proveniente da Tarquinia e appartenente alla Collezione Castellani si racconta la fine di una delle attese più lunghe della letteratura occidentale.

Odisseo appoggia il piede sinistro su una roccia e l’avambraccio corrispondente sulla coscia, mentre tiene in mano quello che sembra un semplice bastone, ma forse è il famoso arco con cui è stata appena compiuta la strage dei Proci; poggia poi il braccio destro su quello piegato, rivolgendo in modo perentorio la mano verso Penelope.

Teca di specchio in bronzo con Ulisse e Penelope, Collezione Castellani, da Tarquina, III  sec. a. C.

Teca di specchio in bronzo con Ulisse e Penelope, Collezione Castellani, da Tarquina, III sec. a. C.

Penelope, vestita con un ampio peplo, è ritta davanti a Ulisse con le gambe incrociate, ha lo sguardo volto verso il basso e con il braccio destro intorno alla vita sostiene il gomito dell’altro fino a portare la mano sinistra  vicino al volto, assorto e pensoso; nella mano stringe un oggetto, forse una spola, allusione a quella tela infinita che doveva preservarla da un matrimoio indesiderato.

Le gambe e le braccia incrociate della donna esprimono tutto il suo riserbo, ma il suo atteggiamento è anche di difesa: sono anni che con un inganno difende il trono di Itaca. Ed è proprio questa sua “chiusura”, unita al piglio quasi veemente di Ulisse, che ci porterebbe ad avvicinare la scena rappresentata sulla teca al momento successivo alla liberazione della reggia, quando finalmente i due sposi si trovano seduti l’uno di fronte all’altra.

Al cospetto di Ulisse Penelope è impassibile; “non riesco né a dirgli parola né a interrogarlo né a guardarlo in viso” (Odissea, XXIII, 105-107), così dice a Telemaco che le rimprovera un “cuore più duro del sasso”  (XXIII, 103) per aggiungere poi che c’è un modo per fugare ogni dubbio: “abbiamo per noi dei segni segreti, che noi sappiamo e non gli altri” (XXIII, 109- 110).

Capiamo così che quello che muove Penelope è anche prudenza: Ulisse, che ora l’accusa di avere “un cuore di ferro” (XXIII, 172) le ha appena mentito sulla sua identità, dicendole di essere un principe cretese (XIX, 181-184); vorrebbe essere accolto come il marito atteso da sempre, senza titubanza alcuna, ma la donna vuole provarlo, vuol essere sicura che sia lui e che conosca i “semata”, i segni, e riesce a farlo indignare, lui sempre cosi controllato, “i suoi occhi erano fermi come il corno e l’acciaio, immoti tra le palpebre” (XIX, 211-212).

Allora Penelope finge che il talamo nunziale possa essere trasportato nella sala, cosa del tutto impossibile perché era stato intagliato nel tronco di un ulivo attorno al quale fu poi costruita la stanza: e questo lo sanno solo loro due. Nella reazione adirata di Odisseo, al solo pensiero che qualcuno possa avere manomesso il letto, Penelope riconosce il marito e gli si getta tra le braccia.

Ma nella decorazione della teca, ai piedi di Ulisse e volto verso di lui, è rappresentato qualcuno che lo aveva già riconosciuto, senza bisogno di parole, né di prove, né di inganni: è Argo, il cane fedele, che appare nel poema solo per riconoscere il suo padrone e morire subito dopo, pochi versi per un amore senza compromessi (XVII, 290-327).

 

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