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Dantedì - La spilla con il ritratto di Dante


Il ritratto di Dante nella Collezione Castellani

 

Spilla d’oro con ritratto di Dante a micromosaico di tessere d’oro e vitree e con parte posteriore tutta in tessere d’oro. Manifattura Castellani e mosaico di Luigi Podio; realizzata nel 1865 in occasione del sesto centenario della nascita del Sommo Poeta. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Collezione Castellani, inv. 85340; diam. cm 4; marchi: due monogrammi semplici.

La spilla con il ritratto di Dante in micromosaico, realizzato da Luigi Podio, esperto mosaicista e cugino di Augusto Castellani, è uno dei capolavori delle oreficerie della celebre famiglia di orafi romani, che sotto la guida del conte russo Vassili Dimitrievich Olsoufieff e soprattutto di Michelangelo Caetani, Duca di Sermoneta, nella metà dell’Ottocento diedero un decisivo impulso all’arte del micromosaico applicandolo ai gioielli. Un’altra versione del ritratto di Dante, inserito in un braccialetto di “stile medievale”, venne venduta nel 1972 a Ginevra dalla casa d’aste Christie’s.

Si devono con ogni probabilità a Michelangelo Caetani, che fu anche uno stimato dantista, sia la responsabilità dell’utilizzo di iscrizioni desunte dalla Divina Commedia in alcuni micromosaici sia l’ispirazione per questo ritratto, realizzato significativamente nel 1865. In quell’anno, infatti, cadeva il sesto centenario della nascita del Divino Poeta, ma specialmente a Firenze, da pochi mesi nuova capitale, le celebrazioni dantesche si configurarono come la prima festa nazionale del Regno; i festeggiamenti in onore di Dante, adottato come simbolo patriottico, coinvolsero tutte le principali città italiane, comprese quelle che, come Roma, si trovavano ancora sotto il dominio pontificio. Il ritratto di Dante di Luigi Podio riprende quello che figurava nel ciclo di affreschi giotteschi (1334-1337) da poco scoperti a Firenze da Antonio Marini (1840) nella Cappella della Maddalena del Palazzo del Podestà (poi del Bargello), quasi una trasposizione della descrizione delle fattezze del Poeta tracciata da Giovanni Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante (1362): “Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso”.  

 

 

Il valore simbolico di quel ritratto, secondo Vasari opera di Giotto, che “ritrasse … il coetaneo et amico suo grandissimo, e non meno famoso poeta… come ancor oggi si vede, nella cappella del Palagio del podestà di Firenze”, risultò determinante anche per il recupero  del Palazzo, le cui pitture, dopo la trasformazione in carcere nel 1574, erano state pesantemente coperte. Nel 1865, infatti, in pieno clima risorgimentale, con la riscoperta di quegli ideali comuni di “italianità” e in coincidenza del trasferimento della capitale a Firenze e delle celebrazioni dantesche, con Regio Decreto del 22 giugno, l’antico Palazzo del Podestà, che nella cappella al primo piano conservava appunto la più antica effigie del Sommo Poeta, diveniva il primo Museo Nazionale italiano dedicato alle arti del Medioevo e del Rinascimento: l’attuale Museo Nazionale del Bargello. 

La scoperta suscitò una vasta eco nazionale e internazionale, ma anche un accanito dibattito sulla metodologia applicata da Antonio Marini per rimettere in luce il ciclo, utilizzando materiali e tecniche che avevano finito con il danneggiare anche la pittura originale, e sui ritocchi pittorici e integrazioni realizzati e poi rimossi con il restauro del 1937. Lo stesso Michelangelo Caetani, a detta della moglie Enrichetta, aveva deprecato la cattiva qualità di quel restauro.  Con il restauro eseguito nel 2004 dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze il ciclo giottesco è tornato a nuova vita.

 

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