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Dantedì - Dante, l'impresa degli Argonauti e altre storie di mare


Dante e il mito degli argonauti, nei materiali del Museo

Dante, l’impresa degli Argonauti e altre storie di mare 

Il mare e il navigare sono temi ricorrenti nella Commedia, spesso ripresi dalla tradizione classica e arricchiti di significati metaforici e figurali. Chi, pur avvicinatosi alla Commedia solo ai tempi della scuola, non ricorda il “legno”, la nave sulla quale Ulisse nel XXVI canto dell’Inferno, desideroso di “divenir del mondo esperto”, decide di mettersi “per l’alto mare aperto”con pochi compagni scelti?

All’imbarcazione di Ulisse inghiottita dai flutti si contrappone “il vasello snelletto e leggero” che, mosso dalla volontà divina, trasporta a filo d’acqua le anime destinate al purgatorio (Purg. II, 41); poco prima era apparsa un’altra “navicella” (Purg. I, 2), una metafora per indicare l’ingegno del poeta pronto a mettersi per mare, ovvero ad affrontare un nuovo argomento dopo le fatiche dell’Inferno. 

«Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele»
(Purg. I 1-3)

 

E infine, ecco Argo, la prima nave, il cui passaggio sulle onde oscura per un attimo gli abissi lasciando stupefatto il dio del mare Nettuno; Argo veloce sulle acque come la nave a cinquanta remi, la pentecontera, dipinta sull’orlo interno del dinos firmato da Exekias o all’ormeggio sulle coste del Mar Nero in una delle prime tappe del viaggio verso la Colchide, come è raffigurata sulla Cista Ficoroni.

«Un solo punto m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo»
(Par. XXXIII 94-96)

 

 

Un’impresa, quella degli Argonauti alla conquista del vello d’oro, che vince il tempo e rende comunque “grande” il loro capitano, Giasone, a tal punto che Virgilio, vedendolo tra i seduttori puniti nelle Malebolge, esclama:

«Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor ritene!...»
(Inf. XVIII 83-85)

E precisa che Giasone è punito per aver ingannato sull’isola di Lemno Isifile lasciandola “gravida, soletta” e che lì “anche di Medea si fa vendetta” (Inf. XVIII, 94-96). Quella Medea, principessa della Colchide, raffigurata su un’olpe di bucchero da Caere mentre, vestita di abiti regali, assiste alla magica rigenerazione di Giasone immerso in un calderone. Come Ulisse, per la sua pericolosa sete di conoscenza, così anche Giasone, per le dure prove superate, è alter ego di Dante, che paragona la scrittura del Paradiso, all’impresa dell’eroe. Come costui destò la meraviglia degli Argonauti, quando ormai giunto in Colchide, si mise ad arare un campo con buoi dagli zoccoli di bronzo e dalle corna di ferro (Par. II, 16-18), così il poeta sbalordirà con l’altezza della sua poesia i pochi lettori che lo avranno seguito fin qui, che saranno riusciti ad andar dietro al suo “legno che cantando varca” (Par. II, 3).

 


 

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